IL FERRO E IL SALE: Angiolino faceva il barrocciaio e Giuseppina gli preparava il convìo
gisecat3@yahoo.it - I minatori si partivano da Cavo, da Rio Marina, da Rio Alto, da Capoliveri per raggiungere a piedi le miniere e le sue strutture: c’era chi arrivava presto, perché un paese come Rio Marina il minerale ce l’aveva in casa e i lacconi erano a poca distanza dalla spiaggetta della Torre, dove i bàmboli, d’estate facevano il bagno, le rincorse e le sassaiole, sottraendosi per qualche ora alla sorveglianza delle mamme; ma c’era chi si faceva anche otto o dieci chilometri a piedi per raggiungere Rio Albano, Capo Pero, il Calendozio, il Ginevro, Calamita; tra essi non mancavano purtroppo gli adolescenti e nemmeno i bambini di otto anni, in caso di famiglie particolarmente bisognose: a loro era di solito destinata la custodia degli asini. Si alzavano prestissimo, dunque, i minatori che stavano lontano, a preparare il convìo, ossia il pasto della giornata, conservato in un pentolino cilindrico d’alluminio: ricordo ancora quello di mio nonno Angiolino, che in miniera faceva il barrocciaio, ossia trasportava minerale col barroccio attaccato al suo cavallo. Mia nonna Giuseppina s’alzava con lui, riscaldava lo spezzatino con le verdure cucinato la sera prima o la zuppetta di fagioli cannellini o il pezzetto di baccalà lessato con l’aglio, l’olio e la nipitella; poi, nel paniere, dove lo sistemava, aggiungeva qualche fico secco, qualche noce e un quartino di vino. Nonno salutava, raccomandava alla moglie di ritornarsene a letto, saliva sul barroccio e s’avviava: faceva qualche tappa per offrire un passaggio, di volta in volta, ai più anziani, ai malandati o a qualche ragazzotto sonnacchioso che poteva dormicchiare, ciondolando il capo, quasi un’altra mezz’ora. Angiolino, in fondo, era più fortunato di altri: il cavallo era il suo più valido alleato, gli permetteva di non fare lavori massacranti, gli alleviava la fatica di ore di cammino. Per quell’animale mio nonno nutriva un grande amore, lo custodiva in una stalla fatta con le sue mani, lo accudiva come un figlio, lo teneva a riposo la domenica e le feste comandate: tutt’al più, proprio quando le figlie, Angela e Alba, gli chiedevano una passeggiata in “calesse”, lo scomodava per un paio di chilometri al massimo e gli dava poi la doppia razione di biada. (… continua) Maria Gisella Catuogno