Riflettendo su “Acciaio”: mi disorienta il fondale su cui agiscono le protagoniste. Una Piombino greve e una classe operaia inesistente (1)
gisecat3@yahoo.it - Un sapore acre nel palato: questa la sensazione che provo dopo l’ultima pagina di Acciaio di Silvia Avallone, Edizioni Rizzoli, il romanzo sostenuto da un battage pubblicitario intenso e da una fascetta di copertina che definisce l’autrice una nuova straordinaria scrittrice italiana. Che la Avallone sia una scrittrice non c’è dubbio: riesce a tenere avvinto il lettore alle sue pagine, intreccia con perizia le (dis)avventure dei personaggi, ne penetra i turbamenti e i drammi, sfiora toni epici nel racconto della morte bianca, usa un lessico che va dal triviale al sublime (mi ha colpito nella descrizione di Francesca l’espressione lucore lattile che mi ricorda D’Annunzio), Quello che mi disorienta è il fondale su cui agiscono le protagoniste, due adolescenti irrequiete e spregiudicate : una Piombino greve, dominata dalla fabbrica che la fagocita, una classe operaia inesistente per iniziativa sindacale e dignità, famiglie operaie allo sbando che vivono in quartieri degradati moralmente e materialmente. Non c’è luce, non c’è speranza in un tessuto urbano raccontato con spietatezza e di cui non si rammenta mai una certa vivacità culturale e intellettuale. Manca la suggestione di certi angoli della città vecchia o di certe strade lungo la costa, in bilico tra il promontorio e il mare; la stessa bellissima Piazza Bovio, la terrazza sull’Arcipelago, è solo la proiezione verso un mondo altro, quello delle isole, irraggiungibili anche se a poche miglia di distanza. E’ nell’insularità infatti che i personaggi concentrano il sogno, la fuga da una realtà meschina: l’Elba è terra di paesi-presepi, di spiagge bianche, della vita come dovrebbe essere… (fine prima parte) Maria Gisella Catuogno