ilVicinato@ - «(…) non parlerei dell'esistenza di un "partito
dell'astensione", in quanto le cause di tale fenomeno sono talmente
eterogenee, da non poter in alcun modo essere spiegate, affrontate o
considerate come un tutto unico. Un "partito dell'astensione" non esiste e non esisterà mai. È secondo me,
opportuno, semmai vedere come si sommino nell'astensionismo almeno tre
componenti tra loro non coerenti. Le prime due sono tradizionali
e non nuove: il qualunquismo (storica presenza non-democratica nella democrazia
italiana, quello del "sono tutti uguali") e l'indifferenza
(fisiologica quota variabile di disinteresse, disinformazione, scetticismo
superficiale, comune a tutte le democrazie moderne). C'è però un terzo fenomeno,
nuovo, che porta all'astensione: quello definito dello "sciopero del
voto". Una quota significativa di
elettori di destra, centro e sinistra, non indifferenti, né qualunquisti, ma
"riflessivi", non vota più a causa di un giudizio di insoddisfazione
verso l'offerta politica corrente. Le cause di questa insoddisfazione sono
molte e variabili a seconda della provenienza (impotenza della politica di
fronte all'economia, fallimenti di tutti gli schieramenti di governo recenti,
crisi delle ideologie, squalificazione del ceto politico, questione morale,
ecc.) e l'analisi sarebbe lunga. Quello che interessa evidenziare, nel contesto
della presente riflessione, è che, in questa nuova componente, l'astensione è
frutto di un giudizio.Non importa, qui, neanche la dinamica del passaggio
da questo giudizio al non-voto (è una dissociazione del tipo "not in my
name"?, è una azione di delegittimazione?, è una rinuncia?). Quello che
conta è il rapporto tra il comportamento (l'astensione) e il presupposto di un
giudizio politico. In tal senso la "nuova forma di astensione" è, in
linea di principio e di fatto, da considerare come un voto (…)». L’articolo completo di Claudio Frontera è pubblicato
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