7 agosto 2015

CAVO, LA VILLA ROMANA DI CAPO CASTELLO: “Una magnifica e grandiosa villa della quale i fabbricati di Capo di Mattea e quelli di Colle del Lentisco non erano che necessarie appendici. L’acqua proveniva da Vignola, Chiusa e Gualdo. Le sue colonne sono state utilizzate per la chiesetta di San Bennato?”

ilVicinato@ - «Leggo con piacere sulla stampa locale che una “Notte dell’archeologia” quest’anno è dedicata  alla Villa Romana di Capo Castello, definita giustamente “un monumento nascosto”. Nell’auspicio che i resti di questa meravigliosa villa marittima, la seconda per importanza dopo quella delle Grotte, possano un giorno risorgere dal loro oblio e siano fruibili dal pubblico, propongo alcuni passi sull’argomento contenuti ne “Il mio Cavo tra immagini e memoria”. Vincenzo Mellini  ipotizza una “magnifica”, “grandiosa” villa “della quale i fabbricati di Capo di Mattea e quelli di Colle del Lentisco non erano che necessarie appendici”. L’ampio edificio, circondato su tre lati da giardini con aiuole di fiori, bordure di vario tipo, sempreverdi, statue e fontane, doveva essere  composto dalle parti tipiche della villa romana, si articolava probabilmente su due piani e possedeva “pavimenti marmorei di forme ricche e variate”, spesso a mosaico, mentre le pareti erano “riccamente decorate”. Se dalla costa e dai suoi “capi”, si passa sul Colle del Lentisco, troviamo altri interessanti ruderi legati alle costruzioni  di cui si è precedentemente parlato. Qui si trovava infatti la cisterna che assicurava il rifornimento d’acqua agli edifici di Capo di Mattea e Capo Castello. Quest’acqua proveniva da varie fonti: Vignola, Chiusa e Gualdo. Il fabbricato è stato minuziosamente osservato dal Mellini, che ce lo descrive. Alto sul livello del mare 60 metri, era formato da tre stanzoni coperti da volte e comunicanti tra di loro, terminanti nella parte superiore “con una spianata a guisa di terrazza (solarium). Il piccolo fabbricato che sorgeva sul solarium potrebbe essere stato un tempietto con pronao formato da sei colonne di pietra calcarea e di “fattura rusticana”, destinato al culto delle divinità protettrici delle acque e delle sorgenti come le Ninfe e le  Driadi o divinità invocate per la salute o la fecondità. A proposito delle colonne, Mellini ipotizza che esse siano state successivamente utilizzate per la chiesetta di San Bennato, quando il cristianesimo prese il sopravvento sul paganesimo». L’articolo completo di Maria Gisella Catuogno è pubblicato sul giornale online www.elbareport.it