gisecat3@ - «L’immagine del bambino
siriano morto, ritrovato riverso su una spiaggia turca ieri, dopo l’ennesimo
naufragio nel Mediterraneo, con i suoi calzoncini blu, la maglietta rossa e le
piccole scarpe, proprio come uno dei nostri bambini, ha la forza dirompente di
un pugno nello stomaco, demolisce gli argini dell’indifferenza, abbatte
l’insensibilità, ci costringe a riflettere sulle quotidiane tragedie che si
consumano alle porte di casa nostra. Perché quella creatura di due anni la
identifichiamo con i nostri figli, con i nostri nipoti, e non possiamo
guardarla a ciglio asciutto, se possediamo ancora una briciola di umanità. Perché
quel bambino, con i suoi genitori e un fratello, cercavano asilo fuggendo dall’inferno
della Siria e i loro occhi chissà quanto orrore avevano già visto. Perché un
bambino rappresenta l’innocenza, la speranza, la proiezione nel futuro ed è un
delitto negargliele, come aveva già fatto il Canada, respingendo la loro
richiesta d’accoglienza. Il Medio Oriente è in fiamme e assediato dal fanatismo
dell’Isis, la Libia è terra di bande feroci, l’Eritrea è una dittatura, la
Nigeria è ostaggio di Boko Haram: la maggior parte dei profughi proviene da
questi Paesi e la loro è una fuga dalla morte. Finché tale drammatica
congiuntura non conoscerà qualche barlume di pace, di stabilità regionale, di
governo di quei martoriati territori –e a questo dovrà contribuire tutta la
comunità internazionale senza perdere ulteriore tempo- la migrazione verso l’Europa
continuerà. E noi che faremo nel frattempo? Erigeremo muri come ha fatto
l’Ungheria? Diremo di non poter accogliere neppure piccoli gruppi di persone?
Cercheremo di barricarci nelle nostre comode case distogliendo lo sguardo dalle
stragi degli innocenti? Quella foto, nel dolore che ci instilla per quel
corpicino riverso sulla spiaggia, che non conoscerà mai né l’asilo politico né
l’asilo/scuola a cui i suoi teneri anni avrebbero avuto diritto, interroga le
nostre coscienze e la nostra stessa civiltà». M.Gisella
Catuogno
