ilVicinato@ - Fonte notizia bacheca fb – Alcuni stralci del diario di Perla
Azzurra Buonaccorsi, volontaria nel campo profughi di Idomeni, al
confine tra Grecia e Macedonia: «La sveglia che
suona stamani non è la mia. Sono le otto, ora greca, fuori c'è il sole: va
tutto bene. Un po' meno bene ai fornelli. Se poi sono i fornelli con i quali
preparare più di cinquemila pasti, qualche pensiero ti viene. Ma in realtà non
c'è tempo per pensare: zaino in spalla, bandana arancione in testa, cartellino
identificativo al collo, stilosissime crocs ai piedi e pedalare. A metà
mattinata arriva un bambino, senza nome e senza età. Arriva dalla casa accanto,
diroccata e abbandonata. Lo accompagna un adulto, oltre il nostro cancello, e
lo lascia lì, andandosene subito. Ha tra le mani un piatto fondo di ceramica
grosso quanto la sua testa, talmente pulito che risplende.Alcuni di noi, a quel
punto, domandano alla coordinatrice della cucina cosa fare.Non possiamo dargli
niente, va riaccompagnato fuori. Perché? Perché se gli riempiamo il piatto, ne
arriveranno altri. Folle di persone qua intorno incasinerebbero completamente
l'area. L'ambiente creato non sarebbe più né gestibile, né funzionale. Questa è
la cucina, dove non distribuiamo pasti, li prepariamo e basta. Ci vuole tempo e
ci vuole pazienza per capire determinati equilibri, per non incrinarli con le
proprie mani. Per non andare in pezzi. Per adattarsi. Dopo aver pelato
tonnellate di verdure miste e aver preparato quintali di basmati, le pietanze
vengono impacchettate e spedite al campo con un furgone e qualche addetto
esperto nella distribuzione, per la prima consegna, cui seguirà una seconda nel
pomeriggio. Noi rimaniamo in cucina e iniziamo a lavare le centinaia di pentole,
bacinelle, utensili, coperchi, scolariso utilizzati».