26 febbraio 2025

UN’ALTRA VERSIONE DEL CASO DI FAUSTA BONINO: “Il reparto di terapia intensiva non aveva un sistema di accesso tracciabile, e il killer non poteva essere individuato!”

ilVicinato@ - «Possiamo immaginare che l’assassino abbia voluto mettersi nella condizione di portare avanti il suo piano omicida senza rischiare di essere scoperto e quindi di vanificarlo. In questo trovò aiuto nella struttura del reparto di terapia intensiva che non era dotato di un sistema di accesso tracciabile e che quindi gli permetteva di essere presente senza che fosse possibile identificarlo in quel frangente. La sua invisibilità era rafforzata dalla sua posizione operativa nel reparto che non faceva suscitare sorpresa o sospetto in chi lo avesse notato aggirarsi tra i pazienti. Infine la scelta della via di somministrazione del farmaco doveva parimenti rispondere all’esigenza di non esporsi e rischiare di essere notato. Anche se l’inoculazione endovenosa diretta con siringa apparentemente poteva sembrare la soluzione più rapida per ottenere livelli di eparina così alti da produrre gravi emorragie, l’uso di fleboclisi contenenti il farmaco corrispondeva molto meglio al criterio d’invisibilità, fondamentale per il compiersi del suo piano. Poteva, infatti, sfruttare le soluzioni d’infusione prescritte in terapia e già messe a disposizione sui carrelli vicino ai pazienti fin dalla primissima mattinata. L’inquinamento delle infusioni poteva essere fatto con tutta tranquillità e invisibilità inserendo rapidamente nel flacone il contenuto di una o più confezioni di eparina che avrebbe ottenuto alti livelli farmacologici anche se diluiti nel tempo, ma comunque in grado di alterare la coagulazione e indurre emorragie in pazienti che, ricordiamolo, presentavano ferite, traumi o erano stati sottoposti ad intervento chirurgico. E così nel gennaio 2014 iniziò la serie di somministrazioni dolose di eparina con due casi, FM, che presentò sanguinamento, e CD, che evidenziò alterazioni della coagulazione, nelle prime ore del mattino dello stesso giorno. I due pazienti non morirono per emorragia e l’assassino si fece l’idea di aver usato dosi troppo basse - continua…». Aldo Claris Appiani e Lorenzo Marchetti