ilVicinato@ - «Possiamo
immaginare che l’assassino abbia voluto mettersi nella condizione di portare
avanti il suo piano omicida senza rischiare di essere scoperto e quindi di
vanificarlo. In questo trovò aiuto nella struttura del reparto di terapia
intensiva che non era dotato di un sistema di accesso tracciabile e che quindi
gli permetteva di essere presente senza che fosse possibile identificarlo in
quel frangente. La sua invisibilità era rafforzata dalla sua posizione
operativa nel reparto che non faceva suscitare sorpresa o sospetto in chi lo
avesse notato aggirarsi tra i pazienti. Infine la scelta della via di
somministrazione del farmaco doveva parimenti rispondere all’esigenza di non
esporsi e rischiare di essere notato. Anche se l’inoculazione endovenosa
diretta con siringa apparentemente poteva sembrare la soluzione più rapida per
ottenere livelli di eparina così alti da produrre gravi emorragie, l’uso di
fleboclisi contenenti il farmaco corrispondeva molto meglio al criterio
d’invisibilità, fondamentale per il compiersi del suo piano. Poteva, infatti,
sfruttare le soluzioni d’infusione prescritte in terapia e già messe a
disposizione sui carrelli vicino ai pazienti fin dalla primissima mattinata.
L’inquinamento delle infusioni poteva essere fatto con tutta tranquillità e
invisibilità inserendo rapidamente nel flacone il contenuto di una o più confezioni
di eparina che avrebbe ottenuto alti livelli farmacologici anche se diluiti nel
tempo, ma comunque in grado di alterare la coagulazione e indurre emorragie in
pazienti che, ricordiamolo, presentavano ferite, traumi o erano stati
sottoposti ad intervento chirurgico. E così nel gennaio 2014 iniziò la serie di
somministrazioni dolose di eparina con due casi, FM, che presentò
sanguinamento, e CD, che evidenziò alterazioni della coagulazione, nelle prime
ore del mattino dello stesso giorno. I due pazienti non morirono per emorragia
e l’assassino si fece l’idea di aver usato dosi troppo basse - continua…». Aldo Claris Appiani e Lorenzo Marchetti
