13 gennaio 2026

PEPPE, IL NASCITURO E I SOPRANNOMI

lomarchetti@ «Giuseppe, che i paesani chiamavano Peppe, aveva un unico figlio maschio che lavorava sul porto di Livorno, città dove viveva con la giovane moglie, conosciuta all’Ardenza. Il tempo trascorreva inesorabile e Peppe ogni giorno, appena rientrato di miniera, fischiava sotto casa: “Novità?”, chiedeva alla alla moglie appena si affacciava alla finestra, e lei scuoteva il capo in senso negativo. Lui, allora, se ne andava “pe’ la rena”, e deluso, non salutava nessuno, varava il canotto e andava a totanare. Tutti i giorni la stessa storia. Finché un pomeriggio la moglie gli andò incontro e sventolando un telegramma urlò: “Sì, finalmente è gravida!”. Lui fece salti di gioia: finalmente avrebbe avuto un erede che portava avanti il cognome di famiglia. E se non fosse stato un maschio? Era un’eventualità alla quale Peppe non voleva nemmeno pensare. Insomma, aspetta e spera, finché un giorno il Meschini portò il telegramma tanto atteso: “È nato, è un bel maschio e lo chiamiamo come te”. Peppe quasi si svenne dall’emozione. Quella notte non chiuse occhio. Di prima mattina, era già sul molo alle sei per paura di perdere il traghetto di cinque alle sette. Carlo, vedutolo vestito con la mutatura della festa, gli chiese se andava a Pisa per fare una visita medica da qualche specialista. “Macché, vado a Livorno dove la mi’ nòra, ha partorito un bel maschio”. L’indomani i due s'incontrarono sul traghetto che rientrava a Rio Marina, Carlo andò incontro al neo nonno e sorridendo gli domandò: “Com’è, come sta il nascituro?”. Peppe, incazzato rispose: “Piano, ora non incominciamo coi soprannomi!”. Larga la foglia, stretta la via dite la vostra che ho detto la mia…». Lorenzo M.