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- «Siamo alla fine degli anni ’30 del
novecento in una caserma dell’esercito del Regno d’Italia. Il 9 maggio 1936
Mussolini, dal balcone di Palazzo Venezia, aveva proclamato la fondazione
dell'Impero fascista. Il sergente Danilo sta girando fra la truppa presente nel
cortile, si avvicina a tizio e gli chiede il nome che poi scrive su un foglio,
poi si avvicina a caio, ma non scrive nulla sul suo foglio. È la volta di
sempronio cui rivolge qualche domanda e poi annota il suo nome. Quel sergente, da
lontano, è seguito con lo sguardo da un soldato semplice, suo amico e paesano, il
quale gli si avvicina e con tono confidenziale gli dice: “Danilo, o scrivi
anche me”. Il sergente lo invita ad allontanarsi. Il militare tuttavia insiste,
e insiste ancora: “Danilo, o scrivi anche me... sémo paesani o non sémo
paesani”. Il nostro sergente, invita l’amico a scostarsi: “O vattene. Dammi retta… Lo voi capì che te ne devi anda'!". Ma anche alla pazienza c'è un limite. Danilo, quindi, infastidito da quella snervante insistenza, aggiunse
nella lista pure il nome dell’amico-paesano. Dopo poco, quest’ultimo fu
imbarcato per l’Africa Orientale, dove fu fatto prigioniero dagli inglesi e
rinchiuso un campo di prigionia in Gran Bretagna, dove, così insieme agli altri
soldati italiani, fu sfruttato come manodopera a basso costo e impiegato nei
lavori più umili. Poté ritornare a Rio solo nel 1947. Insomma, aveva ragione
Danilo quando gli disse: “Dammi retta, vattene!”. In quella lista c’erano i
nomi dei militari da mandare a combattere nella sanguinosa e disastrosa guerra
coloniale. Larga la foglia, stretta la
via dite la vostra che ho detto la mia…». Lorenzo M.
