ilvicinato@ - Fonte Unione delle Chiese metodiste e valdesi - «Quante volte è
stato abusato dell’amata immagine del pastore della pecora per legittimare il
potere umano? Eppure non riusciamo a staccarci da questa immagine, nemmeno in
tempi postmoderni o postcristiani. Anche il nostro testo, il padre
dell’immagine nella nostra cultura, non ci riesce. Se n’è innamorato una volta
e poi non la molla più. Tutto un capitolo, tutto quello che ha da dire lo dice
con quest’immagine. Soltanto alla fine, l’ultimo versetto del capitolo, l'abbandona.
Ecco, dove ci vuole portare la parola profetica: all’infuori di ogni immagine e
immaginazione alla realtà del semplice essere umani. È un percorso di
creazione: all’inizio siamo interpellati come pastori. Come pastori infedeli
che abusano del loro potere. Poi, nel corso del testo, questo potere viene
smascherato e demolito. Dio stesso diventa pastore al posto nostro. E noi
diventiamo pecore, il suo gregge. Alla fine siamo uomini ed egli è il nostro
Dio. Alla fine siamo uomini e donne creati da Dio. Secondo la sua immagine:
Cristo, il nostro buon pastore. Dio non vuole che restiamo dei solitari». Alcuni stralci
di una riflessione di Winfrid Pfannkuche, Pastore evangelico