ilVicinato@ - «L’indagine
ufficiale dei carabinieri prese avvio con la richiesta d’istituire una
commissione interna dell’ospedale che fornisse elementi più precisi d’ipotesi
investigative. Questi elementi furono: L’idea che il metodo praticato per la
somministrazione dell’eparina fosse la somministrazione diretta in vena con
siringa; L’individuazione di un intervallo temporale tra la comparsa di sintomi
clinici e di laboratorio legati alla presenza di eparina e la somministrazione
diretta. L’incrocio di questi dati con i turni del personale in servizio
(timbratura del cartellino amministrativo). I descritti elementi furono
fondamentali al piano dell’assassino e portarono alla convinzione che la
somministrazione per via diretta fosse l’unica plausibile, solo le persone con
timbratura del cartellino potessero avere accesso in un reparto blindato. Alla
fine ne risultava che Fausta era apparentemente l’unica sempre presente in reparto
e l’unica che avesse la possibilità di una somministrazione diretta, che era
giudicata di quasi istantanea esecuzione. Nessun’altra indagine né strumentale
(video, ricerca dell’eparina nel materiale di uso sanitario), né
d’interrogatorio fu eseguita. A fine giugno 2015 ci fu l’ennesimo decesso da
eparina nonostante la presenza degli investigatori in reparto. Qui però
qualcosa doveva essere andato storto al piano dell’assassino perché egli
ritenne di correggere l’orario del diario clinico del paziente in modo da
spostare il famoso intervallo da un tempo in cui poteva essere riconosciuto a
uno in cui aveva un alibi inattaccabile. E la cosa funzionò perché anche questo
decesso fu ascritto all’infermiera Fausta - continua…». Aldo Claris
Appiani e Lorenzo Marchetti
