7 novembre 2025

SINDACO, PARI (sembri) IL CANE DI UN PADRONE!

lomarchetti@ - «Nelle elezioni del 1946 l’alleanza di sinistra aveva riconquistato quel piccolo comune che aveva già amministrato prima del fascismo. Il sindaco, però, si dovette dimettere l’anno successivo perché gravemente ammalato. Il consiglio comunale, come prevedeva la legge di allora, elesse un piccolo artigiano quale nuovo sindaco. Il periodo del dopoguerra era molto difficile e la miseria si tagliava a fette. La principale industria del paese era in crisi e gli operai lavoravano a quindicine alternate, quindi anche il loro stipendio era dimezzato. Un sindacalista del posto fotografò la situazione con una frase divenuta storica: “Qui le cambiali ci mangiano gli occhi”. Occorreva, quindi, andare a parlare con la direzione dell’azienda per sbloccare la situazione e avviarla alla normalità, e chi meglio del sindaco poteva farlo? La decisione fu presa all’unanimità, però, è risaputo che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, insomma il comune non aveva i soldi per accollarsi le spese di viaggio e il sindaco non aveva un vestito decente con cui presentarsi ai dirigenti della società e nemmeno le lire per comprarlo. I suoi compagni di partito allora decisero di promuovere una sottoscrizione popolare e, intanto, ordinare una mutatura (vestito completo di giacca, pantaloni e cravatta) dal sarto del paese. Finalmente il sindaco poté partire per la grande città. Dopo un confronto alquanto animato con i capi dell’azienda, soddisfatto per il risultato ottenuto, telefonò al vicesindaco. Tuttavia, prima di prendere il treno di ritorno, si concesse un giro per la città che, tra l’altro, era molto frequentata dai marittimi che attendevano un imbarco.  Lì s’imbatte in un gruppo di paesani ai quali comunicò l’esito positivo della sua missione, ma uno di loro, anziché congratularsi, lo squadrò da capo a piedi e siccome non lo aveva mai visto con la mutatura, meravigliato gli disse: “Sindaco, che bel vestito che hai, pari il cane di un padrone!”. Larga la foglia, stretta la via dite la vostra che ho detto la mia…». Lorenzo M.