lomarchetti@ - «Nelle elezioni del 1946 l’alleanza di sinistra aveva riconquistato quel piccolo
comune che aveva già amministrato prima del fascismo. Il sindaco, però, si
dovette dimettere l’anno successivo perché gravemente ammalato. Il consiglio
comunale, come prevedeva la legge di allora, elesse un piccolo artigiano quale
nuovo sindaco. Il periodo del dopoguerra era molto difficile e la miseria si
tagliava a fette. La principale industria del paese era in crisi e gli operai
lavoravano a quindicine alternate, quindi anche il loro stipendio era
dimezzato. Un sindacalista del posto fotografò la situazione con una frase divenuta
storica: “Qui le cambiali ci mangiano gli occhi”. Occorreva, quindi, andare a parlare
con la direzione dell’azienda per sbloccare la situazione e avviarla alla
normalità, e chi meglio del sindaco poteva farlo? La decisione fu presa all’unanimità,
però, è risaputo che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, insomma il
comune non aveva i soldi per accollarsi le spese di viaggio e il sindaco non
aveva un vestito decente con cui presentarsi ai dirigenti della società e
nemmeno le lire per comprarlo. I suoi compagni di partito allora decisero di
promuovere una sottoscrizione popolare e, intanto, ordinare una mutatura (vestito
completo di giacca, pantaloni e cravatta) dal sarto del paese. Finalmente il
sindaco poté partire per la grande città. Dopo un confronto alquanto animato
con i capi dell’azienda, soddisfatto per il risultato ottenuto, telefonò al
vicesindaco. Tuttavia, prima di prendere il treno di ritorno, si concesse un
giro per la città che, tra l’altro, era molto frequentata dai marittimi che
attendevano un imbarco. Lì s’imbatte in
un gruppo di paesani ai quali comunicò l’esito positivo della sua missione, ma uno
di loro, anziché congratularsi, lo squadrò da capo a piedi e siccome non lo aveva mai visto con la mutatura, meravigliato gli
disse: “Sindaco, che bel vestito che hai, pari il cane di un padrone!”. Larga la foglia, stretta la via dite la vostra
che ho detto la mia…». Lorenzo M.
