lomarchetti@ - Aveva
cominciato a navigare come sarpante (mozzo) sui bastimenti a vela della
marineria piaggese. Poi, con l'avvento del vapore, era passato ai piroscafi che
trasportavano il minerale di ferro dalle miniere elbane agli stabilimenti della
terraferma. Lui non amava le prevaricazioni né dell'armatore né del comandante
della nave né del cuoco di bordo, era sempre il primo a incitare i compagni di
lavoro a protestare per avere migliori condizioni di lavoro, cibo più buono,
ecc. Quando non era di guardia, però, si rannicchiata in un angolo della
cuccetta e studiava perché voleva “prendere i fogli” da padrone marittimo (skipper).
Così, fra un colpo di mare, una protesta e le pagine del Manuale del padrone
marittimo, giunse il tanto atteso giorno degli esami. Di buonora si recò a
Portoferraio e in capitaneria, dopo la parte teorica e le prove pratiche,
raggiunse l'obiettivo: era abilitato al comando di navi di stazza lorda fino a tremila
tonnellate. Andò dal Delegato di spiaggia di Rio Marina che gli procurò un imbarco
come terzo ufficiale su un cargo della Società Ilva. Così tutto impettito poté salire in plancia, il
locale di comando, a porsi a fianco del comandante del piroscafo. Da quel
momento cominciò a guardare dall'alto in basso i membri dell’equipaggio che
fino a qualche settimana prima erano i suoi compagni di fatica, ora impartiva loro
gli ordini! Un giorno, dopo che il mare in tempesta aveva distrutto perfino le
lance di salvataggio, lo avvicinarono alcuni marinai e si lamentarono per il
pericolo corso, un rischio dovuto alle scelte imprudenti del comandante. Lui,
invece, giustificò le decisioni del suo superiore, dicendo che era stato
costretto ad attraversare la tempesta per rispettare la tabella di marcia stabilita
dall'armatore. Il marinaio più anziano, però, non poté fare a meno di rammentargli
come in passato non ragionava in quel modo, ma lui serafico rispose: "Sai,
ora il ponte di coperta visto dalla plancia di comando è molto differente rispetto
a prima". Lorenzo M.
