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- «La giovane ragazza, quando morì la
futura suocera, si prese cura del suocero, del cognato e, ovviamente, pure del
fidanzato. Ogni mattina, dopo che i tre uomini erano usciti per andare al lavoro
in miniera, ma solo allora per evitare pettegolezzi del vicinato, lei andava
nella loro abitazione, dove faceva le pulizie domestiche, lavava i piatti,
rifaceva i letti e poi prendeva i panni sporchi che nel pomeriggio avrebbe
lavato ai “pozzi pubblici”, nei pressi della chiesa di Santa Barbera. Dopo, con
la bagnarola in testa aggiustata sul ciorcello, sarebbe ritornata nella casa
del suocero, dove avrebbe steso e preparato sia la cena sia il convio per il
giorno dopo. Insomma era proprio una “brava donnina di casa”, come sentenziò il
suocero che disse al figlio, con voce di comando, di accelerare le pratiche in
chiesa e in municipio per convolare a nozze quanto prima. Il matrimonio, coma allora si costumava, fu
celebrato da padre Diodato nella chiesa di San Rocco, ma i due nubendi, dopo il
pranzo in famiglia, non partirono per il viaggio di nozze perché, così fu detto,
già si percepivano i primi bagliori della seconda guerra mondiale ed era meglio
non muoversi dall’Isola, ma in verità era la misera paga di miniera dello sposo
non lo consentiva. Così i due giovani sposi poterono consumare il loro matrimonio
nella camera di famiglia a loro ceduta, di malavoglia, ma quella era l’usanza,
dal padrone di casa oramai vedovo. Il giovane piccioncino, la mattina dopo si
alzò e siccome la piccioncina non aveva preparato né la colazione né il convio,
lui la giustificò dicendo al padre: “Lei e di là che dorme, sarà per la nottata
che ugnò dato”. La mattina, però, dopo stessa domanda e stessa giustificazione.
La terza mattina lui prese il bugliolo dell’acqua, che bella gelata versò addosso
alla sposina ancora addormentata. Lui si vantò coni compagni di lavoro che la
moglie da quella mattina: “Si alzò da letto puntuale, come se fosse il treno di
Campiglia”. Larga la foglia, stretta la via dite la vostra che ho detto la mia…». Lorenzo M.
