l.giannoni@
- «Già nella primavera 1946, a Rio Marina, la lista di sinistra aveva
conquistato l’amministrazione, grazie anche al forte carisma di Lorenzo
Mellini, che poco dopo, però dovette
essere sostituito, per motivi di salute, da Alfonso Marianucci. Poi, alla fine
dell’anno, su iniziativa della sinistra unita, si era costituita, sotto la
guida di Poldo Muti, la Cooperativa di caricatori riesi che appaltava dalla
Ferromin la caricazione ai pontili e il raccattaggio; un’altra ne era nata per i lavori edili,
presieduta da Dublino Giannoni, e aveva già
iniziato la costruzione della strada della Parata. Era nata anche la
coop. Proletaria per contenere il rincaro degli alimentari. I cantieri di
miniera stavano pian piano riaprendo,
facendo calare la disoccupazione. I problemi non mancavano ma Alfonso, con
generosità e l’impegno, cercava di risolverne più che poteva. Certo, c’era
stata la debacle elettorale del 1948 che aveva dato alla DC la maggioranza
assoluta in Parlamento, ma a Rio Marina la sinistra aveva tenuto bene e c’erano
tutte le premesse per ripetere, tra pochi anni, il successo del 1946. Così
quando arrivarono le amministrative del 1951, le sezioni piaggesi di PCI e PSI
non ebbero problemi ad aderire all’invito dei compagni piombinesi di accendere
un grosso falò in Piazza Bovio e sugli Spiazzi, in caso di rispettiva vittoria.
E così, senza dare nell’occhio, furono radunate
in un magazzino del Sasso un certo numero di fascine di macchia secca. Le
disposizioni dei due segretari politici erano state chiare: “dopo il voto, ogni
compagno passi di sezione col certificato bollato per farsi smarcare”. E così
fu. Alle quindici di lunedì, prima dello
scrutinio, risultava che ogni compagno
aveva fatto il suo dovere. La fiducia nella vittoria diventò certezza con le
notizie che affluivano dai seggi: fin
dai primi momenti il rapporto tra le schede votate Torre e quelle Caravella era in netto favore del primo e così si
manteneva. I più ottimisti tra gli iscritti premevano per portare le fascine
sugli spiazzi, mentre i dirigenti invitavano alla pazienza. Anche alla Piccola
Russia le donne radunate alla Soda fremevano nell’attesa e via via mandavano
Roberto il Patatino ai seggi per avere notizie e lui saliva su ogni volta, urlando “Donne, la
Caravella affonda!” A metà scrutinio il rapporto tra i voti di Torre e
Caravella non ammetteva dubbi e così i dirigenti di sezione autorizzarono gli
attivisti a portare le fascine sugli Spiazzi ma: “Mi raccomando senza
accendere!”. I compagni un po’ stettero, ma quando videro il fuoco acceso in
Piazza Bovio, dettero il via alle fiamme. Ignari, però, che da qualche decina
di minuti il flusso si era invertito e stava arrivando una valanga di schede
votate Caravella. E quando arrivò , ahimè, il “contrordine compagni, la
Caravella è in testa” si procurarono, lesti lesti, secchi e corde per gettare
sul fuoco secchiate d’acqua tirate su dalla Calata. Il giorno dopo si radunarono i direttivi
congiunti per fare l’analisi del voto: "Com’era possibile una cosa del
genere?”. Si brancolava nel buio finché
qualcuno non urlò: “Sono stati i voti della messa!”. A questa conclusione era arrivato anche il
Patatino quando, al ritorno dall’ultima puntata ai seggi, era ritornato urlando
“Avemo perso, perché le pu@@@ne delle mogli hanno votato per Don Mario, tradendo i su' mariti!”». Lelio Giannoni
