ilVicinato@ - Fonte notizia da face book - «All'umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai
giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia: Il mio
nome è come quello di milioni di altre persone. Sono una cubana comune e scrivo
questo con l'anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il
mio popolo è un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington. Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto
essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il
governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali
no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei
loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del
pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste. Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di
comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le
transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali,
pollo, latte vengono sanzionate. La fame
a Cuba non è un incidente, è una politica del governo degli Stati Uniti,
affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da
Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio. Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il
mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né
apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non
abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture,
ai ricambi, alla tecnologia. Al mondo dico: Cuba non chiede l'elemosina. Cuba non chiede soldati. Cuba non chiede che ci amiate. Cuba chiede
giustizia. Niente di più. Niente di meno».
