lomarchetti@ - «Quell’anno
in cui si manifestò l’ennesima crisi delle miniere a ferro dell’Isola d’Elba, il
podestà di Rio Marina, per decidere il da farsi, convocò gli altri podestà dell’Elba
orientale: Rio nell’Elba, Porto Longone e Capoliveri. Gli intervenuti convennero
che l’unica soluzione, vista la gravità del momento, fosse andare a Roma e interessare
direttamente Giuseppe Bottai, ministro delle corporazioni. Ma come fare per
essere ricevuti? Il segretario del fascio di Rio Marina, propose l’unica strada
che parve possibile: coinvolgere Epaminonda Pasella, podestà
di Portoferraio e amico intimo di Costanzo Ciano, gerarca della provincia e ministro
delle comunicazioni. Pasella si mise in moto, e dopo un’estenuante attesa, a
ciascuno dei quattro podestà, giunse l’atteso telegramma: “Siete convocato at
ministero corporazioni ore 9.00 Palazzo Piacentini via Veneto Roma Stop Obbligo
massima puntualità e camicia nera, saluti fascisti”. I podestà, accompagnati, partirono
per la Capitale, presero alloggio in un albergo nei pressi del ministero, in modo
da essere puntuali a quell’evento tanto sospirato. La cena fu sobria per tenersi
leggeri, avrebbero festeggiato al pranzo dell'indomani, sicuri portare buone
nove ai minatori dei loro paesi. Poi stabilirono cosa dire e chi di loro lo
avrebbe detto. La scelta cadde sul podestà di Rio Marina che così fu condannato
a passare una notte al pari del marchese di Condè, citato dal Manzoni nei Promessi
Sposi. Si alzarono molto presto, si erano lavati e sbarbati. Il nostro informatore
ci raccontò come più d’uno, nel radersi, forse per l’emozione d’incontrare il ministro-camerata,
per sbadataggine si tagliò la faccia, poi indossarono la camicia nera, e la mutatura
con tanto di cimice (distintivo del Pnf) all’occhiello. Quando la comitiva
si presentò fuori il Palazzo Piacentini l’orologio batteva le otto e trenta, ad
attenderli c’era un funzionario inviato del ministro Ciano. L’addetto al
cerimoniale li fece attraversare diverse stanze tutte affrescate, piene di quadri e statue, finché non giunsero
in un salone dove troneggiava il busto del duce. Poi li fece disporre in fila, dietro un canape, e gli
disse di attendere l’arrivo di “Sua Eccellenza il Ministro”. Dopo
una buona mezz’ora il ministro Bottai entrò, seguito dal codazzo di funzionari,
a lui si avvicinò il suo segretario che gli bisbigliò all’orecchio: “Sono
quelli dell’Isola d’Elba raccomandati dall'on. Ciano”. “Ah, bene”, disse il ministro che si fermò davanti
alla delegazione, s'impettì, e con le mani sui fianchi e voce solenne
pronunciò: “Vedremo cosa sarà possibile fare per voi! Saluto al duce!”… e con braccio
teso e passo marziale proseguì nel suo cammino. Ai nostri, non rimase altro che
contraccambiare il saluto romano. Così delusi e scoraggiati, fecero dietrofront
verso la stazione Termini! A noi non è dato sapere cosa incembolarono ai loro
paesani. Larga la foglia, stretta la via
dite la vostra che ho detto la mia…».
Lorenzo Marchetti
