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- «Erano le 4 del mattino del 17 giugno
1944 quando ebbe inizio l’Operazione Brassard e le truppe francesi, provenienti
dalla Corsica, sbarcano a Marina di Campo al comando del colonnello Carion della
9° divisione di fanteria coloniale. I militari senegalesi furono fatti scendere
a terra per primi ed erano in un evidente stato confusionale, provocato da
droghe e alcol fatti loro ingurgitare prima dello sbarco. Fra gli isolani si sparse
subito la voce che i senegalesi violentavano le donne, rapinavano, depredavano
paesi e case coloniche, razziavano bestiame. Sonia e Amelia erano sfollate con
i loro familiari in una casa della campagna delle Venelle di Rio Marina.
Quando, nel primo pomeriggio del 19 giugno, videro scendere dal Volterraio le
truppe di colore, pensarono bene di nascondersi in un canneto lì vicino, dove furono
presto raggiunte da Pino, il loro giovane fratello. I tre rimasero in mezzo
alle canne fino all’alba del giorno dopo e forse per paura, o per l’incoscienza
dovuta alla loro giovane età, non si resero conto che quel rifugio improvvisato
era attraversato dall’acqua di un ruscello. Sonia, qualche giorno dopo, cominciò
ad avere tosse e febbre e il dottor D’Ambrosio sentenziò che si trattava di pleurite.
All’epoca non c’erano gli antibiotici e la guerra era ancora in corso, e così dopo
pochi mesi, Sonia morì. Lasciò la madre e i fratelli, perché il padre Lorenzo
era morto qualche anno prima per un incidente sul lavoro in miniera. Sonia lasciò
pure il fidanzato che era prigioniero degli inglesi, ignaro della disgrazia. Quando
questo rientrò in paese ebbe la triste notizia, e pensare che avevano
progettato di sposarsi non appena fosse finita la tragedia della guerra. Lui, in
seguito mise su famiglia, ma non si dimenticò mai della sua cara Sonia. Così dall’anniversario
del loro fidanzamento a quello del compleanno di lei, insomma a ogni ricorrenza
importante, portava sulla tomba dell’amata Sonia i fiori più belli che
coltivava nel suo giardino, guardandosi bene da farsi scorgere dalla moglie. E tutto
questo finché le forze gli consentirono di recarsi al cimitero della Chiusa». Lorenzo M.
