lomarchetti@ - «Lui
si era trasferito con la famiglia da un paese della Toscana a Rio Marina che
all’epoca era economicamente un centro florido grazie all’industria mineraria e
alla marineria. Era un bravo ebanista, d’idee socialiste e anticlericali, come
costumava all’epoca. Tant’è che a nessuno dei quattro figli, due femmine e
altrettanti maschi, aveva dato nomi di santi. Durante il ventennio fascista, teneva
la sua tessera del partito socialista, nascosta al banco da falegname, lui
diceva che era lì inchiodata, e lì rimase fino al giorno della liberazione. Poi
morì la moglie Giulia, e lui ogni lunedì, giorno del mercato settimanale,
comprava un mazzo di fiori che poi nel pomeriggio portava sulla tomba dell’adorata
moglie. Un giorno, comprati i fiori, attraversò la passerella sulla valle, detta
"il ponte di Bindo", per dirigersi al cimitero della Chiusa, e lì incontrò
Adino l'infermiere, il quale gli chiese dove stesse andando con questi bei
fiori. Lui rispose: “Li portò a Giulia, quando era in vita, i fiori le
piacevano tanto”. “Fate bene a portarglieli – rispose l’infermiere – perché lei
vi vede”. A quel punto prevalse l’uomo anticlericale che con l'accento toscano,mai perso, così commentò: “Si
vede che ora sta molto meglio, perché quando era in vita non vedeva un cazzo!». Lorenzo M.
