lomarchetti@ - «Luchino era un netturbino che ogni
giorno, come tutto il personale esterno del comune di Rio Marina, si presentava
nel mio ufficio per firmare la presenza. L’uomo era nominato per la sua abilità
nel maneggiare l’esplosivo “recuperato” nella polveriera della miniera, che usava
per pescare i pesci. Per questo suo “vizio”, e non solo, aveva trascorso molti
mesi, anni, ai Domenicani di Livorno, cioè nel carcere circondariale. Un
giorno, dopo che io avevo preso un periodo di ferie, mi chiese dov’ero stato.
Fui colto da un lampo di genio, così chiusi la porta della stanza e poi
sottovoce gli dissi: “Lo dico a te che sei un compagno fidato e sicuramente non
lo spifferai a nessuno, ma io sono delle Brigate Rosse e sono stato inviato a
Milano per spiare le mosse di un lurido capitalista”. A quelle parole il
Luchino si asciugò una lacrima di commozione che gli rigava il viso, mi allungò
più la mano e mi disse: “Bravo, te sì che sei un omo!”. Io, che non ero mai
stato a Milano e che condannavo i brigatisti rossi o neri che fossero,
raccontai questo episodio al mio segretario della sezione del PCI e insieme ci
facemmo una bella risata. Il segretario di sezione, però, era considerato da molti
compagni il “confessore laico”, e fra questi c’era pure il Luchino, che pur
mantenendo il nostro segreto, aveva bisogno pur confidarsi, così andò a
Grassera dal nostro segretario al quale rivelò il nostro colloquio, e al
termine del quale il compagno Piattolino confermò: “Sì, Marchetti è un
brigatista, però mi raccomando, acqua in bocca, specialmente con Cirotto, il
maresciallo dei carabinieri! Sono certo che Luchino mantenne il segreto fino alla morte”.
