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- «Mamma e figlia vivevano insieme, il babbo era morto troppo presto. Quando uscì la legge sanitaria che anche i parrucchieri per signora dovevano sottoporsi agli esami del sangue, dell’urina e delle feci, anche lei si presentò all’ambulatorio del paese con i contenitori riempiti a digiuno e di prima mattina. Appena l’infermiera vide il contenitore della cacca, chiamò il medico e questo esaminato il colore totalmente nero, che più nero di così non si può, disse alla nostra parrucchiera di andare immediatamente all’ospedale di Portoferraio. Lei passò di piazza dove incontrato un cugino gli chiese se l’accompagnava al nosocomio elbano, poi andò a casa dove doveva prendere il necessario per essere ricoverata e dare alla mamma la triste notizia. Lungo la strada, a ogni passo, si diceva: “Che Cosa avrò? Signore aiutami tu”. Con l’anziana mamma fu di poche parole: “Ho le feci nere e il dottore mi ha consigliato di andare in ospedale”. Le felci nere? Ma le felci non sono piante di colore verde?”. Rispose la madre. La figlia allora precisò: “No le felci, ma le feci”. E la mamma: “E cosa sono queste feci, io non l’ho mai sentite nominare. Oggi giorno se ne sente dire proprio di tutti i colori!”. “Le feci è la cacca e la mia è nera come il 'blecche', mamma!”, chiarì la figlia spazientita. Alla mamma, però, rimasta fino all’ora triste e spaventata, s’illuminò il sembiante e disse con un sorriso liberatore: “Figlia mia sei proprio sciocca perché non c'è bisogno che tu vada all’ospedale, la tua cacca, così come stamani la mia, è nera perché ieri sera abbiamo cenato 'lo riso co la seppia' che tanto piaceva al tu' povero babbo, e io ho esagerato nell’aggiungere il nero”. A questo punto è opportuno precisare che il nero di seppia è l’inchiostro secreto da questi molluschi marini, un liquido scuro che viene usato come condimento per la preparazione di primi piatti nelle cucine siciliane, veneziane e toscane, ma anche catalane e croate. In passato lo si usava come inchiostro. Larga la foglia, stretta la via dite la vostra che ho detto la mia…». Lorenzo M.
