lomarchetti@
- «Siamo nei primi anni ’70, passato il
ponte del 25 aprile, prendo il traghetto della Navigazione Toscana che mi porterà
a Piombino, sono in compagnia del mio amico Dante che poi proseguirà per Livorno,
destinazione collegio dei Salesiani. La motonave Isola d’Elba viene da Pianosa
e dopo la sosta a Porto Azzurro, si ferma a Rio Marina. Nel salone c’è un
gruppo di donne che stanno rientrando da una gita organizzata dal sindacato
pensionati della Cgil di Livorno. Appena mollati gli ormeggi, quella che ‘cià
più ori leilì della Madonna di Montenero’, si rivolge al cameriere e gli urla: ‘ameriere,
me ne porti un altro, gni vo’ ner culo ar mi’ marito’, e dalla comitiva parte
una fragorosa risata collettiva. Ovviamente il marito non c’è, perché deve
essere una gita di sole donne. Intanto l'aiuto cameriere porta alla signora
ingioiellata un bicchiere di carta con dentro quello che dovrebbe essere un
ponce, il capo cameriere era impegnato in un altro servizio. Lei guarda il bicchiere, poi squadra il giovane cameriere da capo
a piedi, e con disprezzo lo rimprovera: “Oh te, bere er ponce in quer ‘oso lì è come leccà la
potta co' le mutande!”. Chi capisce, si sbellica dalle risate e con queste battute da Piazza Cavallotti, il tempo della traversata passò in un
attimo... un vero peccato. Larga la foglia, stretta la via
dite la vostra che ho detto la mia…».
Lorenzo M.
